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L'incontro di Maria
Mi sono alzato dal tavolo con quella sensazione di calore ancora nelle vene, il ricordo di Raven piegata sotto gli arabi che mi bruciava dietro gli occhi. Marco aveva ragione, dovevo lasciarmi trasportare, ma prima avevo bisogno di un momento per ricomporre il mio cazzo duro che minacciava di bucare i jeans. Mi sono diretto verso i bagni, attraversando la folla con passo deciso, cercando di non inciampare nelle gambe delle hostess che servivano champagne in girovita.
Il bagno era un cubo di marmo nero e specchi, profumo di sandalo e qualcosa di più acre, sudore maschile mescolato a desiderio represso. Mi sono appoggiato al lavabo, ho aperto il rubinetto e mi sono spruzzato acqua fredda sulle mani, poi sul collo. Gli specchi mi restituivano un uomo con gli occhi troppo lucidi, le guance arrossate, un cazzo che non voleva saperne di calmarsi. Ho riso da solo, quel tipo di risata nervosa che esce quando non sai più dove mettere l'eccitazione.
Fuori, l'annunciatore stava già scaldando la voce per il prossimo incontro. Non ci ho fatto caso, troppo occupato a guardarmi nello specchio e ripetermi che ero solo un osservatore, un turista in questo mondo di carne e sudore. Poi ho sentito il nome.
"Lila! Dalla Thailandia!"
Ho asciugato le mani sulla carta vellutata, ho sistemato la maglietta attillata che mi fasciava i pettorali, e ho aperto la porta. Il corridoio era buio, illuminato solo dalle strisce LED blu che segnavano il percorso verso la sala. Mi sono fermato all'angolo, nascosto dall'ombra di una colonna rivestita di velluto, e ho guardato.
Lila era già sul ring. Un bikini giallo, quel tipo di giallo che sembra fluorescente sotto le luci, che ti entra negli occhi e non ti lascia più. I capelli neri raccolti in una coda alta che sbatteva contro la schiena nuda mentre camminava, i fianchi che ondeggiavano con quella sicurezza che solo chi sa di essere guardato può permettersi. I seni quasi sicuramente siliconati, perfetti, troppo perfetti, spingevano contro il tessuto come volevano liberarsi. Ho sentito il mio cazzo pulsare un colpo solo, quella contrazione che precede il desiderio vero.
L'annunciatore stava ancora parlando, qualcosa di Lila, della sua reputazione, dei suoi metodi di combattimento. Non ascoltavo. Guardavo le cosce, il modo in cui il bikini tagliava alto, lasciando scoperta la pelle abbronzata, il solco che scompariva sotto il tessuto. Ero pronto a tornare al tavolo, a ordinare un altro drink, a lasciarmi trasportare come diceva Marco.
Poi l'annunciatore ha cambiato tono per annunciare la seconda lottatrice: "E la sua avversaria... Maria!" Mi sono fermato. Ho guardato la tenda da dove escono le lottatrici, e ho visto uscire mia moglie!
Maria.
Il bikini nero, quel modello sgambato che le piace tanto, quello che indossa quando vuole che la guardi, quando vuole che le dica quanto è bella, quanto la desidero. I capelli biondi con le sfumature caramello sciolti sulle spalle, onde che le arrivavano ai seni. Il suo modo di camminare, quella andatura da predatrice che mi aveva fatto innamorare dieci anni fa, ora diretta verso un ring di lotta dove avrebbe dovuto combattere contro una thailandese con i seni finti.
"Porca troia."
L'ho detto ad alta voce, senza accorgermene. Una hostess mi è passata accanto, mi ha guardato con quel sorriso professionale che nasconde tutto, e io sono rimasto lì, incollato alla colonna, il cuore che mi martellava contro le costole come volesse uscire.
Yoga. Doveva essere a yoga. Quella era la sua scusa, la sua menzogna quotidiana, il tempo che si prendeva per sé mentre io lavoravo, mentre mi sentivo in colpa per guardare altre donne. E invece eccola lì, le cosce lunghe che si aprivano con ogni passo, i seni che rimbalzavano leggermente sotto il tessuto nero, gli occhi verdi che brillavano di quella luce che conoscevo bene, quella che aveva quando sapeva di essere al centro dell'attenzione.
Mi sono rannicchiato nell'angolo più buio che ho trovato, dietro una pianta di ficus e un gruppo di uomini in giacca che scommettevano sulla vincitrice. Da lì potevo vedere tutto senza essere visto, o almeno così speravo. Mi sono accovacciato su uno sgabello basso, ho preso un menu dal tavolino vicino e l'ho tenuto davanti alla faccia come scudo, gli occhi che spuntavano sopra il bordo.
Maria stava salendo sul ring. Non direttamente, no. Stava facendo il giro, quello che avevo visto fare a Raven, a Layla, a tutte le altre. Ma lei si è fermata. Davanti al tavolo degli arabi, quello dove Youssef sedeva con i suoi uomini, dove prima avevano umiliato Raven. Si è avvicinata, i fianchi che disegnavano otto nell'aria, le mani che si alzavano lentamente fino ai capelli, le dita che si intrecciavano nelle ciocche bionde.
Si è esibita con una serie di movimenti, ondulazioni della schiena, rotazioni dei fianchi, per attirare la loro attenzione. Gli arabi erano pietrificati, Youssef con il sigaro a mezz'aria, gli occhi che seguivano ogni centimetro di pelle che Maria decideva di mostrare. Lei si è chinata verso di loro, le mani sulle ginocchia, il culo in alto, il bikini che si è incuneato tra le natiche. Poi si è raddrizzata, e ha proseguito verso il ring.
"Che troia", ho pensato. E l'ho pensato con ammirazione, con eccitazione, con qualcosa di simile all'orgoglio. Mia moglie, la donna che ogni mattina mi chiedeva se avevo preso le chiavi, che si lamentava del riscaldamento, che voleva un figlio e non prendeva la pillola. Quella stessa donna appena si era offerta agli arabi come un piatto da gourmet.
Il campanello ha suonato. Lila si è avventata.
Non c'era quello studio iniziale che avevo visto negli altri incontri, nessuna cerimonia. Lila ha afferrato Maria per i capelli con entrambe le mani, li ha tirati all'indietro esponendo il collo, e ha iniziato a guidarla per il ring come un cavallo. Maria ha gridato, non di dolore, ma di rabbia, le mani che si alzavano per graffiare ma Lila era più veloce, un ginocchio nello stomaco che ha piegato mia moglie in due.
"Vieni qui, biondina", ha sibilato Lila, e la sua voce aveva quell'accento thailandese che rende ogni parola un po' musicale, un po' minacciosa. "Ti faccio vedere come si combatte a Bangkok."
Maria si è ripresa, si è scrollata i capelli dal viso, e ha sorriso. Quel sorriso che conoscevo, quello che usava quando voleva qualcosa e sapeva di ottenerlo. Si sono affrontate al centro del ring, mani che cercavano presa, corpi che si sondavano. Poi Maria ha colpito, un pugno diretto al seno sinistro di Lila, il bikini giallo che si è mosso, il seno siliconato che ha rimbalzato.
"Piccola troia thailandese", ha sibilato Maria, e la sua voce arrivava fino a me, tagliata dal microfono. "Ti farò esplodere queste tette siliconate!"
Lila ha risposto con una gomitata alle costole, e poi sono diventate una cosa sola, un groviglio di braccia e gambe che rotolavano sul tappetino. Ho visto Maria afferrare i capelli di Lila, tirare con forza, la coda di cavallo che si è sciolta in una cascata nera. Lila ha urlato, ha risposto con un calcio alle gambe di Maria, le cosce che si sono scontrate con un suono secco.
Il pubblico era in delirio. I miei amici, Marco compreso, erano in piedi, le mani sul ring, le voci che si sovrapponevano. "Tirale i capelli!", "Falle vedere chi comanda!", "Colpisci le tette, bionda!"
E poi Lila ha trovato la mossa giusta. Ha girato Maria, l'ha spinta contro le corde, e le ha afferrate le mani alzandole sopra la testa. Con il corpo ha bloccato mia moglie contro le corde, i fianchi che premevano, le gambe che si intrecciavano. E ha iniziato a sculacciarla.
Il primo schiaffo ha fatto eco. Maria ha gridato e il bikini nero si è mosso, le natiche che rimbalzavano ad ogni colpo. Lila non si è fermata. Schiaffo dopo schiaffo, ritmico, quasi musicale, la mano che scendeva su quella carne bianca lasciando impronte rosa.
"Ti piace vero!", ha ridacchiato Lila, e ha afferrato il bordo della mutandina, tiratola su e stringendola tra le natiche di Maria. "Ti fai sculacciare da tanti uomini mentre lo prendi?”
Maria si dimenava, le cosce che si aprivano e chiudevano cercando una presa, i seni che premevano contro il petto di Lila. Lila, con un movimento fluido, ha infilato le mani sotto il top nero, l'ha tirato su, e i seni di Maria sono caduti fuori.
Li ho visti. I seni che conoscevo, che avevo succhiato quella mattina prima di uscire, che pendevano leggermente, i capezzoli rosa che si erano induriti nell'aria fredda del locale. Lila li ha afferrati, li ha stretti, li ha usati per tirare Maria verso di sé.
"Oh cazzo", ho mormorato, e il menu che tenevo davanti alla faccia tremava. "Le tette!"
Tutti gli spettatori erano in piedi gli occhi che divoravano mia moglie. Marco si è girato a cercarmi, ma io ero nascosto, invisibile, in un angolo buio. Per fortuna almeno non aveva mai conosciuto mia moglie prima.
Maria si è liberata con un colpo di reni, ha girato Lila, l'ha spinta al centro del ring. Si sono affrontate di nuovo, seni contro seni, i capezzoli di Maria che sfioravano il bikini giallo di Lila. E poi Maria ha colpito, un gancio al mento che ha fatto barcollare la thailandese, e mentre Lila cercava di recuperare equilibrio, Maria le è saltata addosso.
Le ha afferrato il top giallo con entrambe le mani, ha tirato. Il tessuto si è strappato, i seni siliconati di Lila sono esplosi fuori, perfetti, sferici, troppo duri per essere veri, aveva un bel paio di tette con le aoreole dei capezzoli scuri come piacciono a me. Maria ha afferrato quei bei seni, li ha stretti, ha guardato il pubblico con quel sorriso da predatrice.
"Volete trofeo? Dovrebbe odorare di silicone!" ha gridato dopo aver raccolto il top giallo e lo ha lanciato verso il tavolo degli arabi. Uno di loro l'ha afferrato al volo, l'ha portato al naso, l'ha annusato con gli occhi chiusi.
Il match è continuato. Le due donne, entrambe topless, si sono affrontate con una violenza che non avevo mai visto. Tirate di capelli che facevano piegare le teste all'indietro, pugni ai seni che li facevano rimbalzare in direzioni diverse, calci alle cosce che lasciavano segni rossi. Maria aveva un livido sul fianco, Lila un graffio sulla spalla e le tette arrossate dagli schiaffi di Maria.
Ho sentito i commenti intorno a me. Gli uomini che non sapevano chi fosse, che la chiamavano "quella bionda", "la troia con le tette cadenti". Uno ha detto: "Me la scoperei fino a farla urlare", e un altro ha risposto: "Io le verrei sulle tette davanti a tutti". Volevo alzarmi, volevo dirgli che era mia moglie, che non potevano parlarne così, ma il mio cazzo era duro come il marmo del bagno, e io ero lì, nascosto, a godere di ogni parola.
Lila ha ripreso il controllo. Ha portato Maria all'angolo, le ha infilato una gamba tra le cosce, e ha iniziato a muoversi. Non era più lotta, era qualcosa di diverso, qualcosa che avevo visto solo nei film porno che guardavo quando Maria non c'era. Lila premeva il ginocchio contro il bikini nero di Maria, lo muoveva su e giù, mentre con le mani le afferrava i seni e le torceva i capezzoli. Maria era esausta, Lila la bloccò e fece scendere le mani verso l’unica parte del corpo ancora coperta di Maria.
"Sei bagnata", ha sibilato Lila, e ha infilato una mano sotto il tessuto. "Sei fradicia, puttana. Vuoi venire? Vuoi venire davanti a tutti?"
Maria si contorceva, la testa che andava da un lato all'altro, i capelli bagnati di sudore che le si incollavano alla fronte. Le sue mani cercavano di allontanare Lila, ma senza forza, quel tipo di resistenza che sa di invito. Il pubblico era silenzioso, tutti in piedi, tutti che guardavano mia moglie essere masturbata da una sconosciuta.
"Cazzo… Viene!", ha gridato qualcuno. "La bionda sta per venire!"
E in effetti Maria sembrava vicina. Le cosce si erano irrigidite, la bocca era aperta in un silenzio che non riusciva a trasformare in voce, i seni che spingevano contro le mani di Lila come cercando più contatto. Lila accelerava il ritmo, le dita che scomparivano sotto il tessuto nero, il braccio che si muoveva con precisione meccanica.
Poi Maria ha gridato. Non l'orgasmo, qualcosa di diverso, una parola che non ho capito, e ha afferrato Lila per i fianchi con entrambe le mani. La ha girata e Lila è caduta al tappeto. Lila si è rialzata e Maria la ha colpita più volte da dietro: Lila camminava confusa sul ring. Maria le ha afferrato la parte bassa del bikini e l'ha tirata giù con un movimento violento.
E' calato il silenzio per qualche secondo. Dal costume di Lila è saltato fuori un cazzo, ma non un cazzo qualunque… un signor cazzo! Lila era un Trans! Maria si è fermata, e dagli spettatori circostanti sono partiti sussulti e bisbigli eccitati. Alcuni ospiti si sono sporti in avanti, altri hanno applaudito con malizia.
"Un cazzo", ha detto Maria, e la sua voce era pura meraviglia. "Hai un cazzo, piccola!" Lila ha arrossito violentemente, cercando di coprirsi con mani tremanti, mentre i commenti audaci del pubblico — "Che spettacolo", "Toccalo, Maria", "Mungila!" — le bruciavano le orecchie. La vergogna le incendiava il viso, ma Maria era più veloce.
Maria approfittò dello stordimento di Lila, approfittò di quell'istante di disorientamento dove i riflessi della Thailandese si erano fatti lenti. Con un movimento secco, spinse la lottatrice verso l'angolo più vicino al tavolo degli arabi, dove Youssef osservava con occhi attenti e sorbiva il suo whisky.
Lila sbatté contro il bordo imbottito, le ginocchia che cedevano, e Maria fu sopra ve in un attimo. La sua mano destra si chiuse attorno alla gola di Lila, non a stringere — non ancora — ma a bloccare, a inchiodare, a comandare. L'altra mano scivolò più in basso, trovò il cazzo e cominciò a lavorarci con precisione crudele.
Ha afferrato quell'asta scura con la mano destra e l'ha stretta con le dita chiuse a pipa e ha iniziato a muoversi su quel cazzo umido di pre-sperma. Su e giù, con quel ritmo che conosceva bene, quello che usava su di me quando voleva che venissi in fretta, quando voleva il controllo. Accelerò il ritmo, osservando il viso di Lila sfaldarsi in quella mistura di umiliazione e desiderio.
Maria era concentratissima. Guardava il cazzo che le scivolava tra le dita, la punta che si gonfiava, le vene che pulsavano. Accelerava, il braccio che si muoveva a tempo, l'altra mano che adesso scendeva a massaggiare le palle. Il pubblico era in delirio, nessuno capiva più chi stesse vincendo, a nessuno gliene importava.
"Guardali", sibilò Maria, e il suo pollice accarezzava il punto sensibile sotto il glande, quello che faceva sobbalzare Lila. "Guarda come ti guardano, troietta. Vuoi venire per loro? Dai! Vieni sulle mie tette, troia. Vieni!"
Lila ha gridato, un suono animale che ha riempito il locale, e il primo getto è arrivato. Bianco, denso, che colpiva il seno sinistro di Maria e scendeva verso il capezzolo. Il secondo ha raggiunto il destro, il terzo il collo. Maria non si fermava, continuava a masturbare, a spremere ogni goccia.
Maria guardava il pubblico e continuava a masturbare la povera Lila finché non cominciò a contorcersi dal dolore e cadde a terra.
Mi ero reso conto che non conoscevo mia moglie! Sadica che flirtava con il pubblico mentre stava facendo una sega ad un Trans.
Aveva vinto. Maria era in piedi con le braccia alzate, coperta di sperma, i seni lucidi di liquido bianco che colava verso l'ombelico, il sorriso di chi sa di aver dominato. Lila era accasciata al tappeto, il cazzo ancora in mano, gli occhi vitrei di chi ha appena svuotato ogni energia.
Youssef si è alzato. Ha camminato fino al ring, ha estratto un mazzo di banconote dal taschino della thobe, e ha raggiunto Maria. Non ha detto nulla, solo le ha infilato cinquecento euro sotto l'elastico del bikini nero, le dita che sfioravano la pelle ancora bagnata di sudore. Poi le ha sussurrato qualcosa e se ne è ritornato al tavolo.
Il pubblico era eccitato e tutti la applaudivano, io ero già in piedi. Vidi Maria fare il giro del ring con le braccia alzate a ringraziare il pubblico mentre le goccie di sperma scendevano verso il suo slip. Scendendo dal ring ripassò davanti al tavolo di Yussef ringraziando. Dovevo uscire adesso sfruttando la confusione, dovevo correre, dovevo arrivare a casa prima di lei. Ho attraversato il locale come un sonnambulo, urtando spalle, rovesciando un drink che non mi ha fermato. Marco ha provato a chiamarmi, ma la sua voce si è persa nel rumore.
A casa ho chiuso la porta, sono corso in bagno, mi sono abbassato i jeans con gesti frenetici. Il cazzo è saltato fuori, viola di eccitazione repressa, e ho iniziato a masturbarmi senza nemmeno raggiungere il letto. Tre, quattro, cinque colpi, e sono esploso. Litri di sperma, come avevo pensato, che colpivano il lavandino, lo specchio, le mie mani ancora sporche dell'odore del club. Sono venuto pensando a quanto ho visto, "Maria", "troia", "mia troia", parole che non avevo mai osato dire ad alta voce.
Poi sono corso in camera. Mi sono spogliato, sono scivolato sotto le coperte, ho chiuso gli occhi. Fingevo di dormire quando ho sentito la porta dopo mezz'ora, il rumore dei tacchi sul parquet, il silenzio della doccia che si accendeva. L'acqua che scorreva per venti minuti, forse trenta, il tempo di lavare via lo sperma di un'altra, il sudore del ring, il profumo degli arabi.
Quando si è sdraiata accanto a me, ho sentito il suo corpo ancora caldo, la pelle che odorava di bagnoschiuma e qualcos'altro, qualcosa che riconoscevo come il mio stesso desiderio. Ha sospirato, un suono di chi è sfinita ma soddisfatta, e si è girata dall'altra parte.
Io ho aperto gli occhi nel buio, ho guardato il soffitto, ho ascoltato il suo respiro che si faceva regolare. Domani le avrei chiesto com'era stato lo yoga. Lei mi avrebbe risposto che era faticoso, che l'istruttore era severo, che doveva andare più spesso. E io avrei annuito, le avrei baciato la fronte, avrei sentito il mio cazzo rinforzarsi all'idea di tornare al club, di guardarla di nuovo, di scoprire cos'altro nascondeva mia moglie.
Ma quello era domani. Per ora ero lì, nel buio, con la consistenza del mio sperma ancora sulle dita e il ricordo dei suoi seni coperti di quello di un'altra.
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